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Sicuramente è uno dei più bei cartoni animati per bambini del mondo. PRESENTAZIONE DI SKINNY E DEL SUO MONDO Skinny è un piccolo del...

2012-10-22

Qualche informazione sulla lingua Esperanto

L'Esperanto è una lingua internazionale, cioè nata per la comunicazione fra persone e popoli di lingua diversa. L'Esperanto è una lingua artificiale, nel senso che ha un autore e un inizio preciso: l'autore è il medico polacco L.L. Zamenhof, la data di inizio è il 1887, durante il quale venne stampato il primo libro. Da allora l'Esperanto ha raggiunto i 120 anni di vita, si è diffuso nel mondo, articolato in gruppi ed associazioni di tutti i tipi: secondo stime attendibili sono attualmente due milioni i locutori, a vario livello.

La fortuna dell'Esperanto è nella sua stessa struttura: la regolarità, la semplicità e la logicità permettono di soddisfare compiutamente i bisogni della comunicazione. Si racconta che Tolstoj l'abbia appreso in sole due ore, ma chiunque, anche il più digiuno di conoscenze linguistiche, nel giro di un mese sarebbe in grado di leggere, scrivere e parlare correntemente: grammatica e sintassi sono logiche e lineari, il patrimonio lessicale è tratto soprattutto dalle lingue europee, badando a scegliere le radici secondo un principio di massima diffusione, per rendere quanto più immediata l'acquisizione del vocabolario. E accanto agli aspetti linguistici gli esperantisti si propongono impegni sociali e culturali in genere: la solidarietà, la diffusione delle conoscenze, la promozione della tolleranza e della pace, realizzabili attraverso una fitta rete di comunicazioni, scambi culturali, incontri e congressi.

Nell'estate 2006 a Firenze si è svolto il 91° Congresso Mondiale di Esperanto, che ha riunito oltre 2200 esperantisti provenienti da tutto il mondo. Il tema del Congresso era "Lingue, culture ed educazione per uno sviluppo sostenibile". Vari studiosi si sono avvicendati per sostenere che la diversità culturale è una ricchezza dell'umanità, è l'humus da cui possono sbocciare nuove idee e nuove soluzioni per i problemi del mondo; questa diversità va quindi preservata contro il rullo compressore di quanti tendono a considerare la globalizzazione un mezzo per esportare la propria lingua e la propria cultura. 

L'Esperanto si pone in questo quadre come quella lingua che ha vantaggi tecnici ed ideali: dal punto di vista tecnico è molto meno costoso insegnare l'Esperanto rispetto alle altre lingue, essendo più facile e regolare; dal punto di vista ideale, essendo seconda lingua per tutti, è uno strumento neutro e paritario di "democrazia linguistica", protegge inoltre i vari idiomi e le varie culture perché non ha un retroterra nazionale e quindi non dovrebbe diventare strumento di omologazione culturale e fagocitazione linguistica.

Per informazioni e approfondimenti sull'Esperanto non mancano certo le fonti e gli studi: può essere utile, ad esempio, il testo di U. Eco "La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea"; fra i manuali, quello classico e semplice di Bruno Migliorini; fra i vocabolari, quello più recente è lo Zanichelli Esperanto-Italiano Italiano-Esperanto, pubblicato nel 2004 a cura di Umberto Broccatelli.

In Italia esiste la Federazione Esperantista Italiana (F.E.I.), il cui indirizzo internet è:http://www.esperanto.it


2012-10-19

Il telo massonico denominato il Rotolo di Kirkwall


Il Rotolo di Kirkwall è uno dei teli massonici più rinomati. Esso è stato chiamato così perché molti lo ritengono un tappeto da distendere a terra, mentre altri lo considerano da tempo un telo concepito per essere appeso alle pareti come un arazzo.

Il Rotolo di Kirkwall, o Rotolo d’istruzione di Kirkwall, è quasi sicuramente il più antico manufatto di questo genere che ci sia pervenuto. Le sue dimensioni sono di 5,6 metri di altezza per 1,7 metri di larghezza ed è interamente di lino. Esso è custodito dalla Loggia Kirkwall Kilwinning n° 38 di Kirkwall appunto, nelle isole Orcadi, un tempo di dominio della famiglia Sinclair.

La provenienza del Rotolo d’istruzione è incerta e dibattuta da lungo tempo, tanto che l’origine ignota e l’età di questo documento sono oggetto di discussione tra le varie scuole di pensiero, ognuna delle quali ha una propria teoria. Infatti, nonostante vari laboratori abbiano fatto numerose analisi scientifiche, i metodi utilizzati continuano ad essere criticati. Non esiste alcuna testimonianza di come e perché il Rotolo giunse alla Loggia di Kirkwall, ma esistono fondati motivi per credere che vi sia arrivato direttamente dal castello di Kirkwall stessa, costruito nel XIV secolo da Lord Hanry Sinclaire demolito perché gravemente danneggiato nel 1865. Appena due anni dopo fu pubblicato da Gorge W.Speth, fondatore della Loggia di ricerca Quatuor Coronati di Londra, il primo rapporto sul Rotolo, ma sfortunatamente le notizie giunte fino a noi sono ben poche.
Sicuramente intorno al 1786 William Grame donò alla Loggia un telo massonico, che fu utilizzato per la celebrazione dei rituali durante i lavori di Loggia, ma non si sa con precisione se si tratti  o meno del Rotolo in questione, e nemmeno la Loggia stessa di Kirkwall ne è certa.

Nel 2001 Andrew Sinclair è riuscito, tramite un ispettore della Criminal Investigation Depatment, ad ottenere dei campioni di tessuto del Rotolo, che ha poi fatto analizzare dall’Università di Oxford. Il Rotolo è composto da una larga parte centrale, con due sezioni più strette cucite ai lati, dalla cui parte inferiore sono stati prelevati i campioni analizzati.
 Mentre le analisi di questi campioni non avevano portato ad una conclusione convincente, altri studi al radiocarbonio effettuati sulla parte centrale del Rotolo hanno rilevato una datazione relativa al XV secolo.


Molti storici hanno contestato questa datazione poiché sul Rotolo ci sarebbe raffigurato un disegno molto simile allo stemma della Loggia degli Antichi, fondata nel 1751. Di conseguenza sembrerebbe impossibile che il tessuto del Rotolo risalga ad un periodo così anteriore. Tuttavia queste obiezioni sono da molti considerate poco significative, in quanto porterebbero ad affermare che la massoneria non esistesse prima del 1717.

Un altro punto che è stato fonte di forti dibattiti e discussioni è quello relativo alle due strisce laterali di tessuto. Alcuni studiosi sostengono che esse non siano due fasce indipendenti cucite insieme al pezzo centrale, ma che le profonde scanalature non siano altro che i segni, rimasti impressi nella stoffa e accentuatisi col tempo, di quando il tessuto rimaneva ripiegato nei periodi in cui non veniva utilizzato. Questa ipotesi non convince del tutto coloro che hanno avuto occasione di analizzare il Rotolo, anche se le sue due sezioni laterali sembrano essere costituite dello stesso tessuto della parte centrale. Questo ha rappresentato un altro punto di scontro, poiché secondo alcuni esse potrebbero essere state aggiunte in periodo posteriore per completare la più grande opera centrale. Dalle analisi effettuate, inoltre, sembrerebbe che il disegno naif  presente sul Rotolo sia stato eseguito con colori ad olio, ma nemmeno su questo dato si è giunti ad una conclusione certa.

Se prendessimo per buona la datazione secondo cui la stoffa risalirebbe al XV secolo, e quella relativa allo stemma della Loggia, fondata a metà del 1700, ciò porterebbe a pensare che la stoffa sia rimasta piegata da qualche parte per circa 300 anni. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un’eventualità alquanto dubbia, e quindi l’unica via accettabile per avvicinarsi il più possibile alla realtà, sarebbe quella di studiare il Rotolo seguendo gli stessi criteri che si utilizzano per stabilire la datazione di un dipinto. Quindi bisognerebbe sottoporre ad analisi approfondite non la stoffa, ma piuttosto il colore presente su di essa.

Tuttavia il mistero che circonda il Rotolo di Kirkwall è talmente affascinante, che pare che nessuno abbia intenzione di svelarlo.
Nella descrizione lasciataci nel 1897 da Speth troviamo che nella parte posta a sinistra rispetto a chi guarda il Rotolo d’insegnamento, sarebbe presente la peregrinazione del popolo ebraico dalla Mesopotamia all’Egitto, attraverso la terra di Caan; infatti, nella parte inferiore si possono riconoscere i fiumi Tigri ed Eufrate, mentre in alto si troverebbe il Nilo. Inoltre Speth sosterrebbe che l’artista avrebbe conosciuto piuttosto bene il delta del Nilo, il Sinai e la terra di Caan. Nell’altro bordo invece, quello alla destra degli spettatori, sarebbe raffigurata l’uscita degli ebrei dall’Egitto, Mosè e Giosuè nel deserto del Sinai e l’arrivo nella terra promessa. In questa seconda sezione sarebbero presenti anche l’Arca dell’Alleanza, la manna giunta dal cielo ed il vitello d’oro, costruito alla base del monte Horeb. Nella grande sezione centrale, infine, troviamo in alto Adamo ed Eva, nel paradiso dell’Eden, e poi, nella parte inferiore la raffigurazione di simboli massonici. Nella parte centrale si notano inoltre il Tabernacolo con il Sancta Sanctorum e scene relative all’Arca dell’Alleanza.

Mentre le sezioni laterali dovrebbero essere interpretate partendo dal basso e spostandosi verso l’alto, le sezioni che compongono il lembo centrale dovrebbero essere interpretate in senso opposto ( quindi dall’alto verso il basso).

Il Rotolo di Kirkwall presenta molti aspetti comuni alla tradizione massonica scozzese, alcune iscrizioni sono persino in codice massonico con l’uso dell’alfabeto edochiano. Le immagini presenti sul Rotolo si riferiscono, dunque, all’epoca di Mosè e all’Arca dell’Alleanza: tutti temi che probabilmente erano di particolare interesse nel periodo in cui esso fu realizzato. Tuttavia, pare che per adesso il mistero che riguarda il Rotolo di Kirkwall e le sue origini non possa essere sciolto. Non resta che approfondire il suo studio, per quanto possibile, e lasciarsi coinvolgere dai suoi segreti.

La sconcertante pergamena di CHINON

Dopo settecento anni,  nella Sala Vecchia del Sinodo dei Palazzi Vaticani, è stata presentata un'opera contenente gli atti del processo contro i templari. Documenti antichi, preziosi e forse, per qualcuno, avvolti dal mistero perchè ignorati. 
Nella pubblicazione, racchiusa in una valigetta in cuoio tra sigilli rossi e inchiostro seppia, vi era la riproduzione fedelissima di quattro pergamene della lunghezza di 5 metri e mezzo dove erano annotati 38 verbali di interrogatori. 

Una riproduzione –nella collana Exemplaria Praetiosa della casa editrice Scrinium, l’opera :processus contra templarios- che racconta dell’inchiesta pontificia sull’ordine dei Templari tenutasi a Poitiers ed è composta degli esemplari superstiti di un corpus originario di cinque rotoli -per le prime tre pergamene-. La quarta pergamena, quella più importante per gli studiosi, è la pergamena di Chinon.

(Originale formato da un unico foglio membranaceo di grandi dimensioni (mm. 700x580), in origine munito dei sigilli pendenti dei tre legati apostolici che formavano la speciale Commissione apostolica ad inquirendum nominata da Clemente V: Bérenger Frédol, cardinale prete del titolo dei SS. Nereo ed Achilleo e nipote del papa, Étienne de Suisy, cardinale prete di S. Ciriaco in Thermis, Landolfo Brancacci, cardinale diacono di S. Angelo. Stato di conservazione discreto, anche se sono presenti vistose macchie violacee dovute ad attacco batterico. L’originale era corredato da una copia semplice coeva, tuttora conservata presso l’Archivio Segreto Vaticano con segnatura Archivum Arcis, Armarium D 218. ASV, Archivum Arcis, Arm. D 217 ) 

La pergamena prende il nome dalla località di Chinon, a sud della Loira, il castello in cui furono interrogati i cinque capi dignitari templari -tra loro vi era anche il Gran Maestro , Jacques de Molay- dai tre cardinali inviati da Clemente V, tra il 17 e il 20 agosto 1308, componenti di quella commissione inviata dal Papa. 

La pergamena, conosciuta dagli storici come gli atti di Chinon già dal 2001, fuoriuscita dall’Archivio Segreto Vaticano grazie all’intuito,al fiuto, alla bravura della storica Prof. Barbara Frale ( nel foglio vi era il nome tra i giudici di Berenger Fredol, nipote e braccio destro del papa e “l’uomo più importante del collegio dei Cardinali” non poteva essere una delle tante inchieste sui Templari ma bensì erano gli atti della Commissione apostolica ad inquirendum nominata da Clemente V”) che poi pubblicò: B.FRALE, Il Papato e il Processo ai Templari, Viella, Roma 2003 –. 

Nell’inchiostro e nella cartapecora di sette secoli fa si raccontava quei giorni d’estate quando giunsero al castello i cardinali plenipotenziari di Clemente V, ore disperate, interrogatori, confessioni, urla tra accusa/difesa. 

Gli accusati : i Templari –l’Ordine sovrano sottoposto solo al Papa-, in odore di eresia, respinsero con vigore tale accusa, la più ignobile ed infamante, ma non rinnegarono le loro confessioni fatte davanti ai francesi riconoscendo i loro errori e colpe però rifiutando sempre con impeto la massima dell’infamia. 

Chiesero perdono alla Madre Chiesa, dopo l’abiura formale, obbligatoria per tutti coloro che erano anche solo sospettati di reati ereticali, impetrarono alla Commissione di essere assolti dal Papa Clemente V e di essere riammessi nella Comunione dei Santi. 

Infatti, ci fu una ASSOLUZIONE DEL PAPA CLEMENTE V AI CAPI DELL’ORDINE TEMPLARE QUESTA ASSOLUZIONE è il segreto della pergamena di Chinon, però bisogna porre attenzione un’assoluzione ma : NON UN PROSCIOGLIMENTO. 

La pergamena, se autentica –si eccepisce su alcune date- è importante sul piano storico per una rilettura di quel processo. Il documento risponde alla necessità apostolica di rimuovere dai frati-guerrieri l’infamia della scomunica nella quale si erano precedentemente invischiati da soli ammettendo di aver rinnegato Gesù Cristo sotto le torture dell’Inquisitore francese. La persecuzione del Re di Francia Filippo il Bello ai Templari sarebbe nata per finanziare la sua guerra in corso contro l’Inghilterra diventando padrone dei tesori dei Templari. 

Un processo duro fatto di accuse infamanti sulla morale degli appartenenti al Tempio, volte a creare il loro discredito attraverso un impianto accusatorio da mettere nelle mani degli inquisitori delle terre di Francia e dei teologi della Sorbona; ma soprattutto la pergamena è importante per far luce sulla figura del pontefice Clemente V. La pergamena di Chinon dimostra, insieme agli altri documenti, che Clemente V intendeva salvare l’esistenza dell’ordine templare dandogli un ruolo nuovo dopo averne riformato i costumi e la disciplina. I documenti mostrano la sua vera posizione riguardo a quell’accusa 

Il disegno di Clemente V non prese forma e come dice la storica Barbara Frale su: Radici Cristiane dicemb’07 -La pergamena di Chinon /riabilita sia i Templari che Clemente V, di Sergio Mora -Clemente V “ pur assolvendo i Templari ne sospese l’Ordine con sentenza non definitiva per impedire uno scisma della Francia con la Chiesa……..Malgrado ciò ebbe il coraggio e fu capace di opporsi alle pressioni del Re Filippo IV di Francia , più noto come Filippo il Bello, e arginare il pericolo di uno scisma”. 

Il 18 marzo 1314 per ordine di Filippo IV, anche se assolto dall’autorità pontificia, Jaques de Molay il Gran Maestro,l’ultimo dell’Ordine del Tempio di Salomone, dei poveri soldati di Cristo, bruciava sul rogo. 

Ma sarà davvero la parola fine alla storia senza fine dei templari? 

Fonte:
www.agoramagazine.it

Marco Pizzuti e le verità scientifiche non autorizzate

In questo post parliamo dell'ultimo saggio di Marco Pizzuti, "Scoperte scientifiche non autorizzate. Oltre la verità ufficiale", pendant di "Scoperte archeologiche non autorizzate" e di "Rivelazioni non autorizzate. Il sentiero occulto del potere".

L'ultima fatica di Pizzuti è imperniata su quei ricercatori le cui scoperte scientifiche sono state oggetto di censura: insabbiate o ridicolizzate, sono quasi del tutto ignote al grande pubblico. "Scoperte scientifiche non autorizzate" solleva molte inquietanti questioni: ripercorre la storia di Nikola Tesla, uno straordinario e, al contempo, misconosciuto scienziato che, con oltre settecento brevetti rivoluzionari, gettò le fondamenta tecnologiche della società contemporanea. L'autore si sofferma su altri "scienziati ribelli" (Wilhelm Reich, Marco Todeschini…) condannati all'oblio dall'establishment. Sfata uno dei più diffusi miti della nostra epoca, "la libera scienza al servizio di tutti", dimostrando come in realtà sia l'élite globale ad indirizzare il progresso tecnico. 



In un'istruttiva intervista apparsa sul numero 35 di "X Times" (settembre 2011) e rilasciata alla direttrice del mensile, Lavinia Pallotta, Pizzuti espone alcuni ragguagli riguardanti le invenzioni di Nikola Tesla (1856-1943), informazioni collegabili alle odierne attività militari in atmosfera. Lo scienziato serbo, naturalizzato statunitense, fu, tra le altre cose, l'ideatore di apparati atti ad influire sull'atmosfera: "Tesla realizzò dei raggi-canale ionizzanti di estrema potenza per perforare lo strato isolante della bassa atmosfera. I raggi vennero usati per trasferire energia senza fili nella ionosfera. L'impiego di tale sistema gli permise di osservare persino la formazione di aurore boreali artificiali… Tesla riuscì a concentrare immense quantità d'energia in raggi sottili come capelli che egli definì 'fulmini mirati'. E' una tecnologia che i giornalisti ribattezzarono con il più suggestivo nome di 'raggio della morte'. I progetti di Tesla vennero requisiti e studiati dai militari subito dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1943. La dicitura 'arma a fulmini mirati', si ritrova, infatti, nel progetto per lo Scudo spaziale statunitense."
E' evidente che le invenzioni del genio serbo sono alla base di successivi sviluppi tecnologico-strategici, quali i famigerati impianti H.A.A.R.P. in grado di riscaldare e deformare la ionosfera per fini che spaziano dal controllo climatico alle "guerre stellari", dallo scatenamento di terremoti alla tomografia della crosta terrestre.

Anche il contributo di Tesla inerente a questioni teoriche è di grande rilievo: egli, contestando le conclusioni degli accademici, a seguito dell'esperimento condotto da Michelson e Morley, ritenne che i campi elettromagnetici, come la forza di gravità, fossero sottoprodotti dell'etere, fonte di energia primaria, oggi indicata come 'energia del punto zero'. La nozione di etere, espulsa dalla porta, è rientrata dalla finestra, perché il concetto di vuoto assoluto è stato superato, grazie agli sviluppi della fisica quantistica. Infatti il "vuoto" non è vuoto. Questo fatto, estraneo ai paradigmi concettuali della fisica classica, è, invece, un dato incontrovertibile per la fisica quantistica. Infatti, se all'interno di un sistema, togliamo ogni particella ed ogni campo, rimane sempre un'energia di fondo, la cosiddetta energia (o fluttuazione) del "vuoto", definita anche energia del punto zero. Questa energia, rilevata attraverso l'esperimento ideato dallo scienziato olandese Casimir, ancora non è ben conosciuta, ma sembra che rivesta un ruolo fondamentale sul piano cosmico. L'energia della fluttuazione del "vuoto" è quantizzata, ovvero non è distribuita in maniera continua, ma in quanti, pacchetti discreti. I quanti di energia hanno la possibilità di creare coppie di elettroni e positroni (le antiparticelle degli elettroni, quindi di carica positiva) che, dopo aver vissuto un'"esistenza" per tempi brevissimi, si annichiliscono a vicenda, riformando il quanto di energia che li aveva generati.
Il giornalista e narratore Roberto Tartaglia, nato nel 1977, ha composto il primo romanzo che verte sulle chemtrails. Il titolo del libro, basato su documenti e riferimenti oggettivi ed ambientato in borghi medievali della provincia italiana, è "Casus belli".

Questo è l'intreccio. E' la primavera del 2006. Mirko Nalli, un chimico in pensione, viene ucciso nel suo appartamento e lasciato nudo nel letto. L'assenza di testimoni e le poche notizie certe sulla vittima suscitano dubbi ed incertezze negli investigatori. A condurre le indagini è il commissario della Squadra omicidi, Marzio Merisi. Le prime ricerche portano a misteriosi documenti, cartacei e digitali. Il materiale si riferisce a strani fenomeni chimici, ma mostra anche immagini ambigue e conturbanti di aerei e teschi con tibie incrociate.

Mentre le indagini proseguono in una logorante sequela di capovolgimenti, altri crimini si consumano intorno ad un quadro già abbastanza macabro e complesso. Un sicario anonimo ed invisibile sembra essere in grado di eliminare chiunque osi sbarrargli la strada. Ma perché? Che cosa spinge un essere umano ad uccidere in modo tanto feroce dei suoi simili? Qual è il casus belli?
La scrittrice Sabina Marchesi, collaboratrice di Carlo Lucarelli, ha definito il testo: "Una scommessa vincente, un thriller graffiante e di denuncia".
Attraverso la narrativa, si scopre quello che, nella saggistica pseudo-scientifica, è distorto o addirittura nascosto. 

2012-10-15

Cosa è successo l' 11 gennaio


Cosa è successo il 10 gennaio


2012-10-08

Chi ha inventato la birra

Se l'orzo è stato il primo cereale coltivato da un popolo non più nomade, la storia della birra prende avvio con la nascita della civiltà. Da allora sono molte le tappe che hanno segnato la vita di questa bevanda che è (dal latino "bibere") da sempre sinonimo di bere


LA BEVANDA PER ECCELLENZA, INVENTATA DA UNA DONNA

Birra: dal latino bibere, cioè bere. Dunque, la bevanda per eccellenza. Bevanda fermentata, moderatamente alcolica, a base di cereali. Inventata da una donna, forse casualmente, "maneggiando" cereali in cucina.. Che sia nata decisamente al femminile, lo conferma anche la mitologia degli Armeni, che attribuivano l'invenzione della birra alla dea della terra Armalu.

Da una cultura all'altra, ecco invece una dea patrocinante del calibro di Cerere, dea-madre per eccellenza, e un santo protettore, il vescovo Arnoldo, santificato intorno al 1100 per alcuni miracoli tra cui la trasformazione istantanea del mosto in birra, effettuata per salvare i suoi parrocchiani da un'epidemia di colera. In effetti, allora la birra era igienicamente molto più sicura dell'acqua, grazie proprio alla fermentazione, che ne eliminava i batteri "cattivi".

La birra è, poi, tra le bevande che fanno bene al corpo e anche allo spirito, la più antica. Per risalire alle sue origini, occorre fare un passo indietro di parecchi millenni. A quando legumi e cereali erano alla base dell'alimentazione quotidiana. E l'orzo è stato certamente il primo cereale coltivato, quello che ha accompagnato il passaggio di molti popoli dal nomadismo alla fondazione di villaggi e città.

Il passaggio per l'uomo preistorico dalla vita nomade a quella stabile è concretamente testimoniato da diversi ritrovamenti. La presenza di un particolare frumento non selvatico (Triticum dicoccum) e di orzo (Hordeum distichum) è chiara per esempio in rilevamenti compiuti nell'area di Gerico, poco distante dalla depressione del Giordano, dove si è accertato che gruppi di uomini cominciarono ad apprezzare i vantaggi di una fissa dimora intorno al 10.000 a.C. Quanto alla storia documentabile della birra, essa parte dalla Mesopotamia, almeno 4500 anni prima della nascita di Cristo. E a iniziarla fu, appunto, una donna. Alle donne la birra è stata a lungo riservata. E alle donne si deve anche l'invenzione delle prime modalità di conservazione dei cereali che, tenuti nell'acqua, possono in effetti dare luogo a maltazione e fermentazione.


SUMERI: LA BIRRA DIVENTA UN VERO E PROPRIO "STATUS SYMBOL"


Ma tra i Sumeri, il primo popolo birraio, visto che gli ingredienti di pane e birra sono gli stessi (cereali e lieviti), e visti il successo, la diffusione orizzontale e l'acquisizione di una valore commerciale, presto il compito di birraio passò al fornaio stesso.

Tra i Sumeri la birra diventa presto uno status symbol. Ogni strato della popolazione ha diritto a quantità diverse della tanto amata bevanda: due litri al giorno di chiara a operai e impiegati, tre litri di quella più forte ai funzionari, cinque litri del tipo "top" a governatori e ai sacerdoti. E ci sono già molti tipi di birra, da quella dolce a quella aromatizzata alla cannella.

Quando i Sumeri passano la mano ai Babilonesi, la birra è già un must. E i "nuovi" iniziano subito a mettere regole (dure) per chi fa sciocchezze. Tanto per dirne una, il "Codice di Hammourabi" (1728-1686 a. C.) prevede che chi annacqua la birra prima di venderla ci venga annegato dentro.

Presso gli Egizi, la birra conquista un altro dio, Osiride (di cui è ritenuta la bevanda) e una regina, Cleopatra, che offre coppe di "cevrin" al dio dei defunti e riserva per sé, invece, coppe di "zythum". Proprio la zythum è la prima birra assaggiata dai Greci, che la ribattezzano "zythos". Ed è da questa radice che in seguito nascono i termini scientifici riferiti alla fermentazione, come zimotico.

Di birra parla anche (e come poteva essere diversamente?) la Bibbia. Ed è birra che gli ebrei bevono durante la festività del Purim.

In Cina, intanto, la birra è popolarissima già dal terzo millennio e, a differenza degli altri paesi, viene prodotta ricavando mosti direttamente dai cereali. Tre le varietà: miglio, frumento e - ovviamente - riso. Tanto riso...


I CELTI: IL POPOLO CHE PORTÒ LA BIRRA ALLA GUERRA

Tra i tifosi della birra all'antica più accaniti, poi, come non annoverare i celti? Nelle loro scorribande dalla Gallia alla Britannia e all'Irlanda, eccoli tracannare corni su corni di birra, prima e dopo la battaglia. Proprio l'Irlanda sembra addirittura nata sotto il segno della birra. Secondo le saghe, il paese conosce la libertà solo quando l'eroe Mag Meld riesce a strappare ai perfidi mostri Fornoriani il segreto della fabbricazione della birra, la bevanda che li rendeva immortali.

Come tutte le tecniche codificate da preservare (ed evolvere), non passa molto che la scienza del far birra trovi rifugio in convento. I monaci cominciano a mettere ordine nella produzione, dettando le norme igieniche e codificando le tecniche. E si deve a loro il primo utilizzo del luppolo come aromatizzante al posto della miriade di altre spezie, bacche, piante officinali o il "gruyt", insieme di vari aromi introdotto in occidente dai Crociati e apprezzato a lungo, specie in nord Europa.


ANNO MILLE: LA PRODUZIONE DIVENTA INDUSTRIALE

Con l'anno Mille, intanto, inizia la nuova era della birra: la produzione in Nord Europa diventa industriale e in Germania nasce la figura del mastro birraio. Già nel 1376 ad Amburgo i birrai sono 457, divisi nelle due attività "di mare" (esportatori) e "di terra" (gli operatori locali). E dal 1200 in Europa è tutto un legiferare intorno alla birra. Fino al celebre "editto sulla purezza", 1516, cui si deve la codifica definitiva: la birra può esser fatta solo con malto d'orzo, luppolo e acqua.

Il fatto che birra e birrai si diffondano con propulsione inarrestabile, non mette certo fine, però, all'epopea delle birre conventuali. Ancora nel sedicesimo secolo in Francia la birra destinata ai frati viene chiamata "birra dei Padri" mentre quella per le suore, più leggera ma sempre abbondante, è la birra "di convento".

In Germania la birra attraversa tutti gli strati sociali. E la penetrazione è talmente forte che è qui che nascono le "scuole" di maestri birrai, con tanto di "stages" per i produttori. Tra le migliori quella di Monaco, tuttora in attività.

Gli Inglesi si distinguono invece - è il loro sport - per due caratteristiche: la velocissima diffusione delle birrerie, i pub, già migliaia nel 1300, e la strenua resistenza al luppolo, durata a lungo. E a questo punto la popolarità della birra in Europa è così alta e... redditizia, che, a poco a poco, autorità e case regnanti iniziano a tassarla


1620: L'AMERICA SCOPRE LA BIRRA GRAZIE AI PADRI PELLLEGRINI

La birra varca l'Oceano nel 1620, insieme ai Padri Pellegrini. Destinazione, America. Proprio mentre da questa parte del mondo una serie mirabolante di scoperte inizia a cambiarne la sintassi produttiva. In ordine di apparizione citiamo il termometro di Fahrenheit (1714); 1' idrometro di Marin (1768); la macchina a vapore di James Watt (1785); la macchina per tostare il malto di Daniel Wheeler (1817); il "raffredatore del mosto" di Jean-Louis Baudelot (1856). E poi la macchina per il ghiaccio artificiale di Carré & Linde (1859), importante soprattutto per la possibilità di produrre birra tutto l'anno e per la nuova lavorazione detta a bassa fermentazione. Nasce così la attuale lager. E nasce allora (dalle scoperte di Pasteur) la possibilità di "pastorizzare" - volendo - ad alta temperatura la birra. Un ulteriore impulso alla preferenza verso birre sempre più chiare viene dalla diffusione delle bottiglie di vetro, iniziata a fine Ottocento, che le fanno apparire più invitanti in trasparenza.

Ed eccoci quasi ai giorni nostri. Con il XX secolo la produzione industriale vede cambiare radicalmente i volumi di produzione e le regole: i birrifici tendono a concentrarsi, a unire le forze. Come le industria di altri campi.


E IN ITALIA?
LA PRIMA FABBRICA DI BIRRA APRI' NEL SETTECENTO...


In terra italica, i primi estimatori della birra furono gli Etruschi che, nei loro convivi, amavano consumare una bevanda fermentata moderatamente alcolica, chiamata "pevakh", fatta inizialmente con segale e farro, poi con frumento e miele.

Anche i Romani, dominatori dell'intero continente, pur preferendo il vino, che li fa sentire più forti e civilizzati, non disdegnano però questa bevanda "barbara" che tanto piace alle popolazioni non latine. Ne è attratto Giulio Cesare che, nei suoi Commentarii, racconta come i Celti iniziassero ogni trattativa con una porzione della bionda bevanda; Augusto ne esalta, addirittura, le virtù terapeutiche, convinto di essere riuscito a guarire da un fastidioso mal di fegato proprio grazie alla "cervisia" ed anche Nerone ne fu fervido estimatore come Agricola, il governatore della Britannia, che, tornato a Roma nell'83 d.C. insieme a tre mastri birrai di Glavum, l'odierna Gloucester, trasformò la sua residenza nel prototipo di un moderno pub, con tanto di birreria e mescita annesse.

Alla caduta dell'Impero, con la presa del potere da parte di Visigoti, Ostrogoti e Longobardi, la birra diventa la bevanda preferita non solo del popolo ma anche di regine, Teodolinda, e di santi, San Colombano che, appena arrivato a Bobbio dalla natia Irlanda, compie due miracoli con questa bevanda.

Nel Medioevo continua a crescere il consumo della birra, specialmente nel Nord d'Italia anche a causa delle continue incursioni dei Lanzichenecchi. La birra è consumata in prevalenza dagli uomini, mentre per le donne l'assunzione deve avvenire sotto controllo medico. Come sono lontani i tempi in cui le matrone romane potevano disporne a piacimento per imbiondirsi i capelli o per salutari bagni! Secoli dopo, è un matrimonio aristocratico a rendere la birra ancora più popolare. Correva l'anno 1494 quando Massimiliano I d'Asburgo sposa Bianca Maria Visconti, nipote del duca di Milano Ludovico il Moro che, per festeggiare le nozze, offrì a tutti i milanesi un boccale della schiumosa bevanda. La birra che si beve in Italia fino a questo momento è, però, tutta d'importazione. Le cose cambiano a metà del '700, quando Lazzaro Spallanzani scopre che la fermentazione è il risultato del metabolismo di un essere vivente: il lievito. La prima vera fabbrica di birra apre a Nizza Marittima, ancora italiana nel 1789, ad opera di Giovanni Baldassarre Ketter. Due anni dopo Giovanni Debernardii rileva l'attività e ottiene la licenza per vendere la birra in tutto il Piemonte. E qualcosa la birra deve rendere se , a partire dal 1814, i Savoia cominciano a tassarla... Pochi anni dopo, nel 1890, le aziende che producono birra nel nostro paese sono già 140: quasi tutte al Nord, grazie all'abbondanza di acque surgive, e per la presenza austriaca sul territorio che ha portato buoni insegnamenti per quanto concerne la produzione. Ma com'erano le prime birre "made in Italy"? Si trattava prevalentemente di 'birroni', bevande forti ad alta fermentazione che, abitualmente, si mischiavano con l'acqua per stemperarne il gusto. Con l'aiuto dei mastri birrai austriaci, boemi e tedeschi la birra italiana migliora di anno in anno e, dal 1890 alla fine del secolo, aprono 150 nuove fabbriche, anche al Sud. A questo punto non si può più dipendere dall'estero e gli industriali iniziano a creare colture di orzo da birra e a costruire malterie proprie: la prima è quella sorta ad Avezzano, nella Piana del Fucino, che prende il nome di "Le Malterie Italiane".